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Battaglia di Lepanto

La più grande battaglia navale del Mediterraneo nell’Età Moderna alla quale parteciparono tre galee tropeane guidate dal colonnello Gaspare Toraldo

La millenaria storia di Tropea vanta nella sua epopea un intenso legame con gli eventi della battaglia di Lepanto. Il 7 ottobre 1571 tre galee tropeane guidate dal colonnello Gaspare Toraldo parteciparono al famoso scontro navale. La flotta della Lega Santa guidata da Don Giovanni d’Austria, riuniva contro l’imponente armata ottomana le flotte spagnole, veneziane, pontificie, genovesi, sabaude, toscane, urbinati e dei Cavalieri di Malta: 204 galee e 6 galeazze, munite di 1815 cannoni. Questo scontro militare ebbe grande risonanza all’epoca.

Dopo che nel 1570 l’Impero Ottomano sottrasse Cipro ai danni di Venezia, papa Pio V colse l’occasione per realizzare il suo disegno politico: l’unione militare delle potenze cattoliche per affrontare con imponenti forze navali l’Impero Ottomano che riuniva gran parte del mondo musulmano. La Lega Santa infliggerà alla flotta del Sultano una sconfitta catastrofica. Uno scontro mai visto prima d’allora, una schiacciante vittoria ma al tempo stesso una battaglia vinta all’interno di una guerra persa, quella per il possesso di Cipro.

Insieme al Toraldo, che fu uno dei primi ad abbordare una nave nemica e a piantarvi lo stendardo di San Marco, vi parteciparono altri esponenti del patriziato tropeano: Leonardo e Cesare Galluppi, Andrea Frezza, Stefano Soriano, Francesco Portogallo, tre Fazzari, un Carrozza e tre Barone, tra questi Ferdinando morto in battaglia. Nella relazione del doge Sebastiano Venier del 1572, sarà esaltato il valore del Toraldo, il quale offrì ben 1200 soldati calabresi alla causa, probabilmente i tropeani “anonimi” che vi presero parte furono 200. Col passare del tempo la memoria trionfale di Lepanto si connesse alla più antica festa de “I tri da Cruci”, celebre ricorrenza del popolo tropeano che ogni anno, il 3 maggio, si svolge in Via Umberto I, con giochi popolari, musiche folcloristiche e con l’accensione di un “cammello di fuoco” e di una barca appesa su una carrucola denominata “Lepanto”.

Il contributo dei marinai calabresi e siciliani fu determinante per l’esito dello scontro, la Repubblica di Venezia era munita di una flotta potente ma scarseggiava di marinai esperti, che furono arruolati in queste regioni, tenendo conto che proprio a Messina la Lega Santa ebbe la sua base navale prima di fare vela verso il golfo di Corinto dove ad attenderla vi era l’indomita flotta ottomana. La vittoria di Lepanto rese la libertà a molti calabresi schiavizzati in seguito alle scorrerie barbaresche e incatenati ai remi delle navi turche. Celebre corsaro dell’epoca fu il calabrese Uluç Alì Pascià, nato Giovanni Dionigi Galeni a Le Castella nel 1519, che da schiavo diventerà ammiraglio della flotta ottomana e parteciperà a Lepanto, riuscendo a svincolarsi incolume dalla disfatta a differenza degli altri due ammiragli Müezzinzade Alì Pascià e Mehmet Shoraq.

La vittoria cristiana non si misurò in conquiste territoriali ma si concretizzò in un’immensa vittoria morale. L’importanza di Lepanto è nel suo enorme impatto emotivo in un’Europa devastata dalle guerre dinastiche e di religione fra protestanti e cattolici. Dopo che si sparse la notizia della vittoria in tutto il mondo cattolico si produsse una miriade di libelli: i tropeani Cesare Tomeo e Cola Maria Fazzari celebrarono in raccolte liriche l’evento dedicate a Don Giovanni d’Austria. Furono redatte relazioni dettagliate: come quella del Doge Venier, memorie: Miguel de Cervantes partecipò alla battaglia; feste popolari: come la succitata I tri da Cruci; rievocazioni nelle arti figurative: arazzi, affreschi, dipinti, incisioni. Lepanto è stato spesso interpretato come uno scontro di civiltà, una data “spartiacque” tra l’Oriente musulmano e l’Occidente cristiano. La vittoria delle potenze europee avrebbe sventato per sempre il pericolo Ottomano e quindi una diffusione dell’Islam in Europa. Ci troviamo in un’epoca in cui l’Impero Ottomano, la Spagna e la Repubblica di Venezia si contendevano ormai l’egemonia di un Mediterraneo, che, dopo la scoperta delle Americhe un secolo prima, era destinato a perdere il suo millenario ruolo di epicentro politico ed economico. Alessandro Barbero insieme ad altri esponenti della storiografia moderna, infatti, tende a smentire questa chiave di lettura di “scontro di civiltà”, sottolineando che Lepanto fu un evento all’interno di secoli di guerre e di scontri diplomatici che accompagnarono i rapporti tra Europa cristiana e Impero Ottomano dalla caduta di Costantinopoli (1453) alla pace di Passarowitz (1718), quindi si svolge una rigorosa analisi scientifica, scevra da sfumature ideologiche, la portata dell’evento è di per sé inquadrata in un contesto più ampio e complesso.

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